Leibniz inventa la dinamica - Giorgio Antonelli

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Leibniz inventa la dinamica


 

In una lettera a Pellisson, Leibniz contesta a Descartes il suo rifiuto delle cause finali. Contro Descartes egli ritiene di aver dimostrato che in natura si conserva non la stessa quantità di movimento ma la stessa quantità di forza. Procedendo da questa dimostrazione Leibniz sostiene di aver fondato una nuova scienza che chiama la dinamica. L’anima e il corpo vanno pensati dinamicamente. Quando si utilizzano le indicazioni dell’anima per la cura del corpo, scrive, si pratica ciò che si potrebbe chiamare medicina vitale. La medicina vitale, poi, va molto più in là di quanto solitamente si pensi, perché il corpo non risponde all’anima soltanto nel caso dei movimenti chiamati volontari ma anche di tutti gli altri movimenti. L’invenzione della dinamica, che precede e a suo modo preannuncia quella della psicodinamica, non si dà, a quanto pare, senza una considerazione del non volontario, del non conscio, del piccolo (le piccole percezioni, dice Leibniz, i movimenti sottili, dico io). Un filosofo ha trovato la parola psicologia, un altro filosofo, un secolo dopo, ha trovato la parola dinamica. La somma, tuttavia, avrà luogo in un luogo non filosofico. Diciamo anche che i filosofi ce l’hanno messa tutta per non inventare, per non trovare cioè quello che stava in piena evidenza davanti ai loro occhi: la psicoanalisi. Così come in tutta evidenza stava davanti a loro l’inconscio. Ne I principi della filosofia (Monadologia) (1714), in effetti, Leibniz scrive: “I Cartesiani sono caduti in errore, in quanto hanno trascurato le percezioni di cui non si ha coscienza.” Il rilievo viene ripetuto da Christian Wolff nella Metafisica tedesca (1721). “Nessuno pensi” scrive “che io cerchi l’essenza dell’anima nella coscienza di noi stessi e che, con i cartesiani, voglia sostenere che nell’anima non vi possa essere nulla di cui essa non sia cosciente.” Se le cose non stessero in questi termini, avrebbe qualche senso il conosci te stesso? Ma che le cose stiano in questi termini (te stesso = anima) Socrate lo chiamerebbe un kíndynos (= pericolo) e lo definirebbe kalós (= bello). D’altronde, anche in virtù di un platonico gioco linguistico, l’essenza del kíndynos risiede nel kineín (= muoversi), il che si coniuga perfettamente con l’anima, dal momento che proprio dell’anima è il muoversi da sola. “La filosofia di Leibniz” avrebbe sostenuto Paul Ricoeur nel suo saggio su Freud (1965) “è più atta di quella di Cartesio a integrare la nozione di inconscio.”

(tratto da G. Antonelli, Schizzi genealogici psicofilosofici, in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 6, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2008)


 
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