Wittgensteiniana - Giorgio Antonelli

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Pubblicazioni > Testi brevi


Presentazione di:

1) Rosaria Egidi (a cura di), Wittgenstein e il novecento. Roma, Donzelli, 1996
(in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 42, Liguori, Napoli, 1997)


Wittgenstein si è in più d'una occasione occupato di psicoanalisi (che definiva mitologia dotata di molto potere), di Freud e, in particolare, di psicologia. Non mi risulta che in ambito psicoprofondo ci si sia confrontati a dovere con questo pensatore. A torto, ovviamente. Forse è sembrato ad alcuni che il filosofo austriaco abbia negato il profondo e mostrata una certa propensione per il comportamentismo. Secondo quanto si afferma in uno dei contributi presenti nella raccolta, Wittgenstein ha rifiutato tanto il comportamentismo quanto il materialismo.  

Anthony Kenny, l'autore del contributo in questione (e al quale dobbiamo anche una monografia su Wittgenstein edita da Boringhieri nel 1984), avvicina piuttosto il pensare psicologico del filosofo austriaco ad Aristotele. Se Wittgenstein rifiuta una metafisica di tipo spiritualista e fondazionalista, egli è secondo Kenny «uno dei più perfetti esponenti della metafisica dinamica, che è una componente della tradizione aristotelica». Kenny riferisce un interrogativo che Wittgenstein pone nelle Ricerche filosofiche e che ci restituisce il sapore di questa ascendenza aristotelica (a dire il vero non soltanto di quella). L'interrogativo suona: «come può un corpo avere un'anima?», al che Kenny fa seguire l'esclamativo e finale commento «E' sorprendente che un corpo che ha un'anima sembri più problematico di un'anima che ha un corpo!». Wittgenstein del resto ha di che meravigliare un cultore di psicologia del profondo.

Un particolare interesse, tra i contributi presenti nella raccolta curata da Rosaria Egidi, rivestono l'articolo di Gargani che affronta la questione dell'intenzionalità («Linguaggio e intenzionalità in Wittgenstein»), del citato Kenny («Wittgenstein, mente e metafisica»), di Cesare Cozzo («Criteri ed enunciati psicologici»), di Rudolf Haller sulla questione dell'Io («L'egologia di Wittgenstein»), di Angela Ales Bello («Wittgenstein e Husserl: psicologia e fenomenologia»). Interessanti anche i contributi che affrontano Wittgenstein a partire dall'elettiva problematica del linguaggio. Qui forse il cultore di psicologia del profondo può sentirsi smarrito.

Il modo wittgensteiniano di affrontare il linguaggio può insinuargli la fastidiosa ma salutare impressione di non poggiare su un terreno solido. E, tuttavia, ritengo che se una rivoluzione è possibile (ancora) in ambito psicoprofondo, lo è in considerevole misura a partire dal linguaggio. Mi sembra, inoltre, che il modo wittgensteiniano di pensare e di enunciare (nelle Ricerche così come nell'ultimo scritto sulla certezza e, ancora, in Zettel etc.) sia affine, tutto sommato, a quello sostanzialmente epocale dello psicoanalista. Quando dico «sostanzialmente epocale», mi riferisco al fatto che al fondo del dire dell'analista vi è un sospendere (epochè) e che è questo sospendere a reggere il gioco. E' un po' la metafora dello schweben, fichtiana e freudiana, dell'oscillare, ovvero dell'Oszillieren, come lo chiama Ferenczi. Ritengo, in altri termini, che il modo di esprimersi di Wittgenstein sia epocalmente vicino alla conversazione analitica. Ciò può forse sembrare eccessivo a un cultore di Wittgenstein e a un filosofo del linguaggio. E, comunque, un tale eccesso comparativo, teso a rinvenire una cifra similpsicoanalitica nel dettato wittgensteiniano, può essere sostanziato a partire, ad esempio, da quanto il filosofo austriaco afferma in un luogo delle citate Ricerche filosofiche. «Noi» vi afferma Wittgenstein «riportiamo le parole, dal loro impiego metafisico, indietro al loro impiego quotidiano».

Si tratta qui, potremmo dire, di una passe dalla parola vuota, ma immaginariamente forte, sostanziale, a quella piena. La relazione analitica è il luogo dove la metafisica viene polverizzata nelle specificità. Il luogo della parola piena, della parola che diventa piena. E, allora, la frase di Wittgenstein trova il suo esatto equivalente psicoprofondo nella tecnica del «per esempio?» adottata da Ferenczi. Quando un paziente viene in analisi forte, immaginariamente, delle sue parole vuote, tende a esprimersi per generalizzazioni e rifugge dalle constatazioni concrete. Il suo generalizzare equivale insomma, per usare gergo analitico, a una resistenza. E una resistenza ha per oggetto il lavoro analitico, il quale è anche comprensibile alla luce d'una radicale operazione di ridefinizione linguistica. La resistenza è dunque tale da interrompere, bloccare questa operazione ridefinitoria. Si tratta allora di indurre il paziente a operare una traduzione di registro, di passare, cioè, come dice Ferenczi, in ottemperanza allo spirito della psicoanalisi, «dal generico allo specifico, al sempre più specializzato». Così, al paziente che si esprime per generalizzazioni Ferenczi chiede «Zum Beispiel?». La psicoanalisi, correttamente intesa, è dunque anche pratica elettiva di linguaggio e, anzi, meglio, del saper dire.




Presentazione di:


Ludwig Wittgenstein, Filosofia, a cura di Diego Marconi. Testo tedesco a fronte e traduzione italiana a cura di Marilena Andronico. Roma, Donzelli, 1996


(n Giornale Storico di Psicologia Dlnamica, 42, Liguori, Napoli, 1997)

Si tratta d'un breve testo rimasto fuori dal cosiddetto «Big Typescript» edito nel 1969 e noto col titolo Grammatica Filosofica (pubblicato in italiano nel 1990 per i tipi della Nuova Italia). Sappiamo che per Wittgenstein i problemi filosofici sono problemi linguistici, ma è interessante constatare come in questo breve lavoro tale problematica acquisti anche valenze psicodinamiche a partire, appunto, dal linguaggio impiegato. Nel paragrafo di apertura, ad esempio, Wittgenstein sostiene che la difficoltà della filosofia non è di ordine intellettuale (non è la difficoltà intellettuale delle scienze) ma è «Schwierigkeit einer Umstellung» (difficoltà di cambiare atteggiamento). Si tratta, aggiunge il filosofo austriaco, di superare le resistenze della volontà. In questa proposizione («Widerstände des Willens sind zu überwinden») si sente la distinta eco linguistico-tematica di Schopenhauer, Nietzsche, Freud e, addirittura, Rank. La eco, insomma, dell'equazione nietzscheana o, se si vuole, schopenhaueriano-nietzscheana della psicoanalisi. Sembra quasi che in quell'überwinden, un verbo così tedesco, sia da rintracciare qualcosa come un Übermensch linguistico, un oltreuomo grammaticale, uno che, a partire dal famoso assunto del filosofo di Zarathustra, sa veramente che crediamo in Dio perché esiste la grammatica e procede oltre un tale inganno, contro quelle che Wittgenstein chiama «trappole del linguaggio» (quelle stesse nelle quali Nietzsche riteneva si fosse impigliato Descartes).

Sembra corroborare questa lettura in chiave psicodinamica quanto Wittgenstein afferma poco dopo. «Il lavoro sulla filosofia» scrive «è in verità più un lavoro su se stessi». Non solo. Uno dei compiti o delle aspirazioni attribuiti al filosofo assimila quest'ultimo, malgré Wittgenstein, allo psicoanalista. «Il filosofo», scrive Wittgenstein «aspira a trovare la parola liberatrice, cioè la parola che ci consente infine di concepire ciò che fino ad ora ha gravato, inafferrabile, sulla nostra coscienza». Se in luogo di «filosofo» dicessimo «psicoanalista», la frase non si caricherebbe di alcuna forzatura. Non aspira forse anche lo psicoanalista a pronunciare la parola liberatrice, das erlösende Wort? La parola che interpreta ad esempio, la parola che mantiene la dialettica analitica, la parola che apre, la parola piena o, anche, il silenzio che apre, il silenzio pieno, il silenzio che immagina.

Un altro aspetto che lega la filosofia, così come la pensa Wittgenstein, alla psicoanalisi è la sua vocazione distruttiva, ovvero, come mi piace dirlo, la sua vocazione al deserto. «Tutto ciò che la filosofia può fare» scrive Wittgenstein «è distruggere idoli». Distruggere idoli significa non crearne di nuovi. Il deserto va vissuto. E' ciò che Wittgenstein chiama Abwesenheit eines Götzen, assenza di un idolo. Ora, a me sembra, che il setting analitico sia appunto il luogo dove tale assenza di un idolo è possibile sperimentarla. La stessa proposizione secondo la quale «tutta la nostra filosofia è rettifica dell'uso del linguaggio», così tipicamente wittgensteiniana, mi sembra un incognito ma potente invito a un modo di fare analisi del profondo. Wittgenstein parla dell'irretimento linguistico, grammaticale degli uomini più o meno con la stessa intensità con cui Reich parla di corazza caratteriale, tanto per fare un esempio psicodinamico.

La pratica originaria delle libere associazioni potrebbe forse essere riconsiderata in funzione della sua cifra di liberazione dall'irretimento, dalla volontà di trappola grammaticale che sembra animare gli uomini in generale. Il programma wittgensteiniano «dobbiamo dissodare l'intero linguaggio» suona come possibile monito a tutti i cultori di psicologia del profondo, a partire, se si vuole, da quella stessa parola, «profondo», che ne definisce la disciplina. Potremmo in altri termini pensare al linguaggio della psicodinamica come alla sua peculiare resistenza. Hillman ha già iniziato a farlo per conto suo e lo ha ad esempio ribadito nel suo recente The Soul's Code. Un'altra possibile applicazione, peraltro evidente, della grammatica à la Wittgenstein mi sembra essere costituita dai giochi e dai copioni analizzati da Eric Berne. L'analogia con i giochi linguistici del filosofo austriaco non manca d'una certa cogenza e andrebbe ulteriormente indagata. Penso in particolare alla nozione wittgensteiniana di trappole del linguaggio. «Il linguaggio» scrive Wittgenstein «ha pronte per tutti le stesse trappole: la straordinaria rete di strade sbagliate ben tenute. Così vediamo una persona dopo l'altra percorrere le stesse strade e già sappiamo dove uno girerà, dove proseguirà dritto senza notare la deviazione, ecc. ecc..»

Quale rimedio propone Wittgenstein? Un rimedio che può essere agevolmente letto sub specie psychoanalytica. «Dunque» scrive «io dovrei mettere dei cartelli là dove si diramano le false strade, che aiutino a passare sui punti pericolosi». E' Wittgenstein stesso, comunque, a riconoscere l'analogia col metodo psicoanalitico là dove sostiene che occorre ricostruire i percorsi di pensiero sbagliati al punto da condurre chi sbaglia a riconoscere che sì, proprio in quel modo (errato) aveva inteso. Perché l'interlocutore di turno si convinca del proprio errore occorre insomma  che riconosca nella ricostruzione à la Wittgenstein «l'espressione del suo modo di sentire».  L'espressione è giusta «solo se egli la riconosce come tale». Si è chiesto Wittgenstein come è possibile che tale riconoscimento? Come è possibile in altri termini che l'interlocutore di turno si convinca? E si tratta qui d'una problematica, quella della convinzione come fondamento del sapere psicoanalitico, ampiamente affrontata da Ferenczi. Occorre Gemeinschaft, per dirla con Freud, synousìa, per dirla con Socrate, Platone e Proclo, ovvero comunanza,  relazione, occorre il setting analitico.

Wittgenstein è singolarmente vicino a una tale impostazione del problema quando afferma che il conflitto (si badi bene: il conflitto) in cui si versa nelle riflessioni logiche è analogo al «conflitto tra due persone» (si badi bene: due persone) «che hanno stipulato un contratto» (si badi bene: un contratto) «le cui ultime clausole sono state scritte con parole facilmente fraintendibili, mentre i chiarimenti di quelle clausole spiegano tutto in modo adeguato». E' ovvio che nella metafora immaginata da Wittgenstein vige uno scarto tra i due contraenti che deve essere ricomposto attraverso una passe di effettivo sapere, di sapere grammaticale. Uno dei contraenti è in difetto di sapere nei confronti dell'altro. Wittgenstein dice che il primo «ha la memoria corta» (si badi bene: la memoria) e di conseguenza «dimentica continuamente i chiarimenti, fraintende le condizioni del contratto e continuamente incontra difficoltà». Cosa deve fare l'altro contraente (si badi bene: l'altro). L'altro, conclude Wittgenstein deve sempre di nuovo ricordare al contraente dalla memoria corta i chiarimenti del contratto e «rimuovere le difficoltà».

 
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