Seminari di Jung - Giorgio Antonelli

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Presentazione di:

C. G. Jung, The Psychology of Kundalini Yoga. Notes of the seminar given in 1932 by C.G.Jung, edited by Sonu Shamdasani, London, Routledge, 1996,


(in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 44, Liguori, Napoli, 1998)


Il testo riproduce quello pubblicato privatamente a cura di Mary Foote (corretto da Jung) nel 1933. In forma abbreviata e senza note il seminario è apparso in Spring (1975 e 1976). Si tratta delle quattro conferenze tenute il 12, 19, 26 ottobre 1932 e il 2 novembre dello stesso anno da Jung sulla psicologia del Kundalini Yoga. In appendice al testo figurano: I) il résumé della conferenza di Jung «Indian Parallels» tenuta l'11 ottobre 1930 e già apparsa nel volume Bericht über das Deutsche Seminar von C.G.Jung, 6-11 Oktober 1930 in Küsnacht-Zürich edito da Olga on Koenig-Fachsenfeld (Stuttgart 1931); II) i commenti di Jung alle conferenze in tedesco di Hauer (5, 6, 8 ottobre 1932), pubblicati da Linda Fierz e Toni Wolff nel volume Bericht über das Lecture von Prof. Dr. J. W. Hauer 3-8 ottobre (Zürich 1933): III) l'ultima conferenza di Hauer, in inglese, tenuta l'8 ottobre 1932 con gli interventi di Jung; IV) la traduzione del testo Sat-Cakra-Nirupana a cura di John Woodroffe e che costituisce l'oggetto dei commenti di Hauer e di Jung.

Nel corso delle sue conferenze seminariali Jung prende in considerazione, dal punto di vista psicologico e in direzione ascendente (a imitazione del movimento della kundalini, il serpente energia), i sei chakra Muladhara, Svadhisthana, Manipura, Anahata, Visuddha, Ajña. In realtà i chakra sono sette, ma il settimo chakra, Sahasrara, si trova per così dire fuori del corpo (laddove gli altri sei sono tutti «psichicamente» localizzabili nel corpo) e non è suscettibile, secondo Jung, di essere raccontato sub specie psychologica. In altri termini di Sahasrara non si dà immagine e, dunque, in ottemperanza a un postulato cui Jung ha sempre tenuto fede (e cioè che non esiste esperienza senza immagine), Sahasrara è inutilizzabile, o almeno lo è per l'uomo occidentale. In altri termini sapere che non c'è Dio, che non c'è oggetto, che tutto non è altro che brahman, che non c'è esperienza perché non c'è un secondo, ma soltanto l'uno, soltanto nirvana, questo non serve all'uomo occidentale. Ciò implica che Jung guarda all'uomo occidentale come a un uomo psicologico, un uomo per il quale valgono l'equazione realtà=psiche e il suo corrispettivo psiche=realtà. Uno dei presupposti che guidano le argomentazioni di Jung è che lo yoga è la forma orientale dell'immaginazione attiva ovvero, in altri termini, l'immaginazione attiva è l'analogo occidentale dello yoga. Tale tesi si trova pienamente dispiegata nelle conferenze tenute da Jung alla Eidgenössische Technische Hochschule a Zurigo nel periodo compreso tra ottobre 1938 e giugno 1939. Si tratta di una tranche della serie seminariale dedicata al processo d'individuazione e articolata sull'alchimia, sui testi orientali, appunto, e sugli esercizi spirituali di S. Ignazio di Loyola. Sembra quasi che senza il corredo della pratica dell'immaginazione attiva e senza le nozioni storiche accumulate da Jung su di essa non possa darsi incontro della psicologia analitica con lo yoga, con l'oriente. Il significato dell'analogia raggiunge significazioni ancora più profonde nello stesso momento in cui guarda all'immaginazione come al ponte di un possibile incontro tra occidente e oriente. Va precisato però, e Jung lo fa a più riprese, che tale analogia comporta numerosi pericoli. I simboli orientali hanno una forte tendenza a aderire a noi e avvelenarci. Si comportano come un corpo alieno capace di inibire, sono parole di Jung, il naturale sviluppo della nostra (occidentale) psicologia. Non è possibile edificare un sistema orientale a partire dalla psicologia occidentale. Se lo si fa, il verbo, reiterato, è sempre di Jung, ci si avvelena.

Un modo possibile di leggere il seminario sul Kundalini Yoga è quello di considerarlo alla stregua di un discorso, in parte, sull'immaginazione attiva e, corrispettivamente, su un possibile modo di considerare il farsi della psiche, il suo itinerare, che è poi l'itinerare della Kundalini, il serpente che dorme nel chakra inferiore (muladhara) e che, quale manifestazione dell'energia primordiale (Shakti), si muove in direzione della coniunctio con Siva. Il punto è: come si attiva Kundalini? E questo è il punto d'ogni terapia. Come si mette in moto la trasformazione della personalità? Si sa come alla questione si sia dedicato anche Hillman nel suo commento al testo di Gopi Krishna. L'energia evolutiva dell'uomo. Jung parla d'una via analitica preparatoria al risveglio della kundalini. Si tratta di far pervenire il paziente alla consapevolezza dell'autonomia dell'inconscio. Allo stesso modo in cui, nella pratica del Kundalini yoga, deve essere purificata la mente, così anche in analisi occorre acquisire «oggettività perfetta», espressione con la quale Jung intende la conquistata possibilità di ammettere che qualcosa si muove nella mente indipendentemente dalla volontà. A questo serve il movimento riduttivo dell'analisi, il primo movimento dell'analisi cioè (la psicoanalisi, in altri termini). Si tratta in un primo tempo di analizzare atteggiamenti, sciogliere resistenze, inibizioni e impurità. Il secondo tempo dell'analisi (ovvero quello che trascende l'aspetto più propriamente personale) consiste nell'accompagnamento della kundalini. Col che Jung dà ad intendere che il trattamento più specificamente junghiano (e in cui Freud viene di fatto trasceso) corrisponde, metaforicamente, al muoversi della kundalini in direzione di Siva.


 
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