Ferenczi sogna Freud - Giorgio Antonelli

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Ferenczi sogna Freud



 
In analisi è l’inconscio, se lo si lascia fare, a interpretare. Analizzare il sogno significa analogamente lasciare ogni presa soggettiva sul sogno, ogni sapere del sogno. Significa togliere la testa che pure vorrebbe interpretare, per lasciare che il senso fluisca. L’analisi tutto sommato contiene in sé, a partire dalla propria stessa nominazione, le ragioni seminali del fluire, dello sciogliersi. Se il sogno incontra non un soggetto senza testa (l’analista), ma due soggetti senza testa (analista e analizzante), allora proprio non s’offre alcuna resistenza al suo fluire.

. L’interpretazione è analitica solo se non è piena e, dunque, non respinge il sogno che è avido di spazi vuoti da attraversare. Tematica, questa dell’insaturazione, che rinviene i suoi presupposti nel costrutto, ferencziano e rankiano, dell’eccesso di sapere.
 
È in questa direzione che si può intendere il sogno di Freud nudo fatto da Ferenczi e da lui brevemente interpretato nella lettera del 3 ottobre 1910. Comunicazione che riveste un certo interesse in relazione a come Ferenczi ha considerato il parlarsi di Freud attraverso i sogni. Freud l’ha fatto, per così dire, in pubblico. Ferenczi lo fa in privato. Il desiderio di Freud è più forte e dunque Freud esce, sia pure discretamente, allo scoperto. Ferenczi si scopre davanti a Freud e lo fa del tutto indiscretamente. Lo fa anacliticamente, per appoggio. Perché può appoggiarsi, allora può anche rivelarsi. Una revisione, tuttavia, può veramente darsi soltanto in ragione di un desiderio forte. Tale desiderio insorgerà sempre più imperioso a misura dell’avvicinarsi di Ferenczi alla morte.
 
Scrive dunque Ferenczi a Freud nella circostanza: “Il sogno in cui La vedevo nudo davanti a me – naturalmente senza avvertire il minimo eccitamento sessuale conscio (né inconscio, nemmeno nel sogno) – simboleggia in modo trasparente: 1) la tendenza omosessuale inconscia e 2) la forte aspirazione a un’assoluta sincerità reciproca”.
 
Mi domando se Ferenczi non stia chiedendo a Freud di farsi assolutamente attraversabile contemporaneamente al proprio farsi assolutamente attraversabile. Richiesta impossibile, certo, non perché il farsi completamente attraversabile sia impossibile, deve esserlo se vogliamo che si dia veramente, assolutamente, analisi, ma perché, semplicemente, è cosa che non si può chiedere a nessuno sperando di ottenerla. E perché se la si chiede, evidentemente non la si ha. E non la si ha, anche se si ritiene di offrirla. Senza contare che l’altro, proprio perché quella cosa che non si ha gliela si offre, non la vuole.

Mi domando in altri termini se aver visto Freud nudo non punti in direzione di un Freud che si svuota. E magari lo fa perché un altro, nello spazio lasciato da quello, possa prender posto. Perché se è di questo che si tratta, l’interpretazione di Ferenczi appare totalmente spostata su un altro piano. Il che deve aver non poco congiurato a ricacciarlo al di sotto del suo desiderio. C’è in effetti un modo dell’interpretare,  qualcosa forse di insito nell’interpretare in quanto tale, che ci mantiene al di sotto della potenza che vuole tradursi in essere, in atto, del desiderio del sogno. La nudità, in altri termini, invece di spazio che accenna al vuoto, all’attraversabilità, alla desoggettivazione, diventa, e del resto così teorizzava lo stesso Ferenczi, il modo adulto di intimidire il bambino. In altri termini, ancora, appunto quella nudità che Ferenczi vorrebbe da Freud, che è anima messa a nudo, vocazione estrema a confessarsi, a dirsi tutto, anche le cose spiacevoli, Freud non la può dare a Ferenczi e non la può dare perché l’ungherese non sa stare pienamente dentro il proprio sogno, anzi sembra essere investito dall’insostenibile prurito di uscirne al più presto. Avrebbe dovuto Ferenczi denudarsi al cospetto del sogno per lasciarsene convenientemente attraversare. Perché soltanto in quel modo, rendendosi totalmente attraversabile, avrebbe potuto incontrare sul suo piano, che è piano insostenibile per l’Io, il desiderio potente del sogno e, anche, la potenza di Freud, quella che ai suoi occhi, a quel tempo almeno, sembrava potenza.

Errava Ferenczi, prendeva la sua cantonata, fraintendeva, tracannava la sua dose d’inconscio, la sua bévue di Unbewusst, guardava a Freud come a un demonio. Perché di fronte alla parola potente Ferenczi è come muto, ha la gola stretta, si comporta da replica di Dora, la famigerata paziente in relazione alla quale Freud prese anch’egli una cantonata a partire dal proprio controtransfert. In altri termini Ferenczi è un’altra femmina di Freud, un’ulteriore versione del femminile di Freud e Dora è a sua volta una replica di Irma, una replica del luogo inaugurale della psicoanalisi e della Traumdeutung. Il sogno di Freud nudo fatto da Ferenczi mette quest’ultimo a nudo. La parola potente non gli appartiene.


(tratto da G. Antonelli, Il mare di Ferenczi. La vita, la storia, la tecnica di un maestro della psicoanalisi, Alpes, Roma, 2014)

 
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