Immaginazione del poeta - Giorgio Antonelli

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L'immaginazione originaria del poeta


(in Testa F., a cura di, Il volo dell’angelo. Pensare per immagini, Bonanno)



(Estratto)


Quando Jung parla di uno stare crocifisso tra due opposti senza correre dietro all’uno o all’altro fino a che non sopravvenga una terza forma non sta dicendo niente di diverso da Keats, il cui costrutto avrebbe disegnato una scia che si è allungata fino a un illustre contemporaneo di Jung: Bion. In analisi ne va propriamente della keatsiana capacità negativa che Bion traduceva con pazienza. Ancora una volta: un patire. Ancora una volta: la Passione di Coleridge, la crocifissione di Jung.


L’analista à la Bion deve saper fare Immaginazione, deve cioè saper patire. Cosa deve patire, cosa deve consentirsi di fare? Deve consentirsi di non sapere, di non ricordare, di non desiderare. L’analista, scrive Bion "deve resistere ad ogni tentativo di afferrarsi a ciò che sa, al fine di realizzare uno stato mentale analogo a quello della posizione schizo-paranoide". Pazienza, in altri termini, si assimila all’anticipazione di una psicosi in termini che si lasciano comparare con quelli impiegati da Jung. Laddove, va precisato, Melanie Klein parla di posizione schizo-paranoide per nominare uno stato patologico, l’anticipazione di questo stato patologico, che va sotto il nome di "pazienza", va letta in termini di analogia patologica e non di patologia.


Nell’ottica di Coleridge, però, quale Immaginazione fa l’analista? O, forse meglio, quale Immaginazione si fa, avviene in analisi? Il poeta inglese distingue una Immaginazione Primaria da una Immaginazione Secondaria. Per Immaginazione Primaria Coleridge intende la facoltà ricettiva, propria degli esseri umani in quanto tali (ecco perché primaria), che ci consente di percepire l’identità degli enti, l’infinito io sono degli enti, l’esser uno, l’essere identico a se stesso di ogni ente. Non è di questo ovviamente che si tratta nell’Immaginazione poetica. Questa identità, in effetti, non appartiene al poeta in quanto poeta, perché il poeta in quanto tale, come rivendicava Keats, semplicemente (e molto agonicamente) non ha identità. Di qui la sua prossimità alla follia, una prossimità localmente insistente. Di qui, anche, la prossimità all’analogia patologica dello stato mentale nominato da Bion come pazienza. Proprio a partire da quel luogo, dalla sua insistenza, possiamo comprendere l’originarietà dell’opera d’arte. Ciò in qualche modo richiamerebbe la tesi secondo cui la follia in certi casi favorirebbe la nascita dell’attività creatrice. Non casualmente Jung ha potuto pensare alla sua tecnica dell’immaginazione attiva come a una "psicosi anticipata". Ma appunto qui sta il discrimine, nel caso di Bion come in quello di Jung (e in quelli, analoghi, di Coleridge e Keats), nell’anticipazione. Ernst Kris ha parlato con altro, parzialmente comparabile, linguaggio di regressione al servizio dell’Io. Per quella regressione Coleridge, dal momento che i poeti precedono gli psicologi, aveva già trovato altre parole.  Dovendo, in una certa occasione, spiegare la differenza tra Fancy (fantasia) e Imagination, il poeta romantico ebbe modo di equiparare la prima al delirio (delirium) e la seconda alla follia (madness).


 
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