Consolanza filosofica - Giorgio Antonelli

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Consolanza filosofica




(in La Psicoanalisi, nr. 49, Astrolabio, Roma, 2011)

(Estratto)




Si disperano i filosofi? Si disperano, certamente, ma, almeno stando a quanto ne dice Heidegger, non parlano mai delle loro disperazioni. Non è affermazione da poco. Dal canto suo Wittgenstein non fa mistero della disperazione dei filosofi e non manca di mettere a nudo una certa impotenza della filosofia. Declina anche, Wittgenstein, quella disperazione come una difficoltà. Intellettuale? No, di certo, per quanto sia diventato impossibile anche dimostrare che questa (anche questa che digita) è una mano. La difficoltà intellettuale viene sciolta da un’analisi linguistica. Si tratta piuttosto di una difficoltà di cambiare atteggiamento e qui non c’è gioco della lingua che tenga. Anzi, appunto perché si dà la lingua, nonostante si giochi, l’atteggiamento si mostra restio al cambiamento.

La posta in gioco si nomina in una parola al cospetto della quale da sempre chi parla la lingua di Freud, Heidegger e Wittgenstein o, meglio, ne viene parlato, si trova in una certa soggezione: superamento
o, anche, al di là. Nel linguaggio del consulente filosofico, ad esempio, lo stato psicologico del consultante va superato, va trasceso in direzione di un atteggiamento più ampio, verso quell’indecidibile cosa per la quale il consulente filosofico Lahav recupera il nome di sofia, saggezza. La consulenza filosofica consentirebbe appunto al consultante di trascendere lo stato psicologico e pervenire alla saggezza. Nei quartieri filosofici si potrebbe essere tentati di concedere un certo credito alla consulenza filosofica nella misura in cui questa potrebbe contribuire a lacerare il velo pesante che avvolge la filosofia nel suo inguaribile ottimismo (la sua pretesa di porsi come luogo di verità). Ottimismo che, come vedremo, va inteso nelle specie dell’assorbimento.   

Al di là dello stato psicologico, dunque, diciamo anche al di là dell’Edipo, si distende la saggezza. Del tutto analogamente alla parola "crisi" deve far luogo la parola "cambiamento". Interpreta così il consulente filosofico Marinoff l’esigenza wittgensteiniana di una parola liberatrice
? Liberatrice dalla disperazione, scioglitrice dei turbamenti? Una parola, insomma, che eserciti quell’effetto profondo che già Rank, agli albori della sua esperienza psicoanalitica, decisamente negava? La parola non può avere un effetto profondo, affermava spavaldamente Rank al cospetto dell’intellighenzia psicoanalitica raccolta intorno a Freud. Ma al tempo di questa sua affermazione egli non aveva ancora avuto accesso al setting, non aveva ancora goduto della, come gli piaceva chiamarla, situazione analitica. Ci sarebbe entrato in seguito, ma come analista, mai come paziente. Proviamo allora per il momento a rinvenire in questo nesso una origine della consulenza filosofia: il suo aver assunto in carico la disperazione dei filosofi. Il suo desiderio di trovare, per quella disperazione e quei turbamenti, la parola liberatrice invocata da Wittgenstein. E qui va detto che il consulente filosofico rivendica a sé, a gran voce, la parola. Ebbene diciamolo, esclamava Sautet nel parigino Café des Phares, la vocazione di un filosofo non è di tacere.


 
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