Morire prima di morire - Giorgio Antonelli

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Morire prima di morire, morire dove regna Amore




(in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 10, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2010)

(Estratto)




L’Io che massimamente teme la morte è, di fatto, l’unico mortale. L’Io, guardiano di cimiteri, l’Io che si appoggia ai confini, il moltiplicatore di confini, il cosmicamente agorafobo muore al mondo nell’assoluto isolamento dal mondo. Occorre dunque che l’Io, l’Io ilico, sarchico, terreno, terrestre, il solo che veramente muoia, apprenda l’arte di morire prima di morire. Il che può sperare di conseguire, ad esempio, nei luoghi dell’abbandono, dell’amore, del sogno, dell’analisi, luoghi in cui ne va di un trascendere confini, quegli stessi ai quali s’àncora perdendosi. E vi si perde l’Io, nei suoi confini, perché ha paura, paura di esplicare la propria potenza, paura che la propria potenza lo porti oltre se stesso, paura di abbandonarsi allo spettacolo della libido che attraversa l’universo in immagini.

L’Io è destinato a questa oltranza dal corpo, col quale pure immaginariamente s’identifica, dal coito, dall’orgasmo, dall’amore. Soltanto a partire dal corpo, dal corpo gioia, dal corpo che sa circondare, contenere il dolore dell’esistere, l’anima fa passare il godere e libera l’Io dalle strettezze del solo godimento. Godimento che è fatto anche della stessa sostanza delle infinite creazioni a ridosso delle quali si staglia la paura cosmica, di cui la paura della morte è il precipitato terreno. L’Io, il gaudente Io, s’illude in altri termini di poter destrutturare sub specie estetica
la paura originaria. Si tratta invece, anche sprofondati nelle viscere della creazione artistica, di trascendere la tentazione, egoica per eccellenza, di uccidere la nostra morte, di illuderci di poterle impunemente gridare: morte tu morirai.

Se la vita si alimenta di confini, di distanze, di finiti, il godere coincide col superamento di questi confini, con l’entrata nell’infinito. Il godere è altra cosa dal godimento. L’esperienza che noi facciamo in genere è quella del godimento, non del godere. L’esperienza del godere è un’esperienza rarissima. L’esperienza del godere coincide con una coscienza tutta dispiegata all’interno della quale la morte docilmente si curva. In quest’ottica è necessario distinguere un livello egoico in virtù del quale l’Io è presente e un livello in cui l’Io non c’è più, per un momento di tempo. Per un momento di tempo, perché se non ci fosse assolutamente, non ci sarebbe mondo. Se vogliamo il mondo, dobbiamo allora accontentarci del godimento. E però il godimento egoico è una resistenza al passaggio della barra, allo sconfinamento nel godere transegoico.


Di qui possiamo iniziare a comprendere attraverso quali luoghi e quali esistenze viaggi la psiche: la psiche viaggia a metà strada tra la materia, il corpo, e lo spirito, la sparizione. L’atto sessuale, così come il corpo, è un modo in cui la psiche ci si manifesta. L’atto sessuale possiede tanta potenza da influenzare il divino. Si tratta di una capacità che necessariamente deve attraversare il canale del corpo, attraversare quest’anima fattasi visibile. Sangue che respira dentro il respiro di Dio. Così i cabalisti: l’atto sessuale esercita un’influenza sul divino, vi scorre dentro, vi in-fluisce
. La potenza dell’atto sessuale è un’operazione magica, capace cioè di operare a distanza. Stretti dall’esigenza egoica ci confiniamo a un concetto della sessualità corporeo e siamo portati a pensare che i corpi non possano agire a distanza. È invece proprio nel momento i cui s’incontrano, e si penetrano, che i corpi possono agire a distanza.


 
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