Freud e il diavolo filosofico - Giorgio Antonelli

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Freud e il diavolo filosofico


In Per la storia del movimento psicoanalitico Freud scrive: “Mi sono interdetto l’alto godimento delle opere di Nietzsche con il deliberato obiettivo di non essere ostacolato da nessun tipo di rappresentazione anticipatoria nella mia elaborazione delle impressioni psicoanalitiche”. Esempio classico di Freudrefrain. E dichiarazione inequivocabile di angoscia d’influenza. Assoun sostiene che appunto questo Freud non poteva tollerare, un precursore (un precursore filosofo per di più) della psicoanalisi. Nell’Autobiografia (1925) Freud ritorna a intonare la sua canzone d’organetto. “Le notevoli concordanze” scrive “fra la psicoanalisi e la filosofia di Schopenhauer non possono essere ascritte alla mia conoscenza delle sue teorie. Ho letto Schopenhauer molto tardi nella mia vita”.

In una cartolina inviata a Binswanger nel 1917 scrive che in una cosa Binswanger gli fa paura: la messa da parte dell’inconscio a causa del diavolo filosofico. “Che cosa vuol fare lei con l’inconscio” scrive Freud “o piuttosto come pretende di cavarsela senza l’inconscio? Forse che in conclusione il diavolo filosofico la tiene nei suoi artigli? Mi tranquillizzi”. Binswanger commenta: “È evidente che io non me la sono mai cavata senza l’inconscio né nella prassi psicoterapeutica che è anzi impossibile senza l’affermazione freudiana dell’inconscio, né nella teoria. Volgendomi tuttavia alla fenomenologia ed all’analisi esistenziale, il problema dell’inconscio si è trasformato, allargato ed approfondito, poiché sempre meno esso assume una posizione di contrasto con il conscio, dal quale nella psicoanalisi – come sempre accade in tali semplici contrapposizioni – è ancora ampiamente determinato. Dato che nell’analisi esistenziale di Heidegger – in contrasto con Sartre – si parte non dalla coscienza, ma piuttosto dall’esser-ci come essere-nel-mondo, a mio avviso quel contrasto retrocede a favore d’una descrizione delle diverse maniere e strutture fenomenologicamente dimostrabili dell’essere-nel-mondo”. In ambito psicodinamico è Adler che, sostenendo l’unità dell’individuo, non contrappone conscio e inconscio. “L’inconscio” scrive nel 1932 “non è altro che quanto non siamo stati capaci di formulare in concetti chiari. Non ci sono concetti nascosti in qualche lontano recesso inconscio o subconscio della mente, ma piuttosto abbiamo a che fare con parti del nostro conscio il cui significato non è compreso pienamente”. Resta da chiederci quali fattezze assuma il diavolo filosofico. Presto detto: le fattezze del nemico, per quanto non serio, dal momento che per Freud l’unico nemico serio della psicoanalisi è la religione.

Nella sua prima lettera a Groddeck Freud scrive: “Temo che lei sia anche un filosofo, affascinato dall’unità, spinto dalla sua tendenza monistica a minimizzare tutte le belle differenze della natura. Ma crede, con ciò, che ci possiamo liberare dalle differenze?”. Questo è dunque, per Freud, il volto, o almeno un volto, del diavolo filosofico: il monismo, la seduzione dell’unità. E questo è il corrispondente guadagno: il dileguarsi delle differenze. Dunque, per Freud, la filosofia annega le differenze e, di converso, per Ferenczi, la psicoanalisi è il sapere dello specifico e del sempre più specifico. Il (presunto) perseguimento psicoanalitico della specificità appare, agli occhi di Freud e Ferenczi, un’obiezione vincente nei confronti del (presunto) perseguimento filosofico dell’unità. La specificità e la differenza duellano col monismo.

A sua volta Husserl, nelle Idee, aveva altrettanto criticamente parlato di uno psicomonismo: la psicologia (razionale e empirica) che abbraccia tutte le scienze. “Ogni volta che ci incontriamo in parole come coscienza o vissuto” aggiunge “siamo propensi a supporre che si parli di psicologia, la psicologia sembra inghiottire tutto”. Winnicott scriverà che gli psicoanalisti desiderano essere divorati dai propri pazienti. Con Husserl potremmo rovesciare l’assunto in un “desiderano divorare tutto”. Gli analisti, non meno dei filosofi, desiderano morire. Dove porta, se non a una morte, il trans, che è anche trance, di transfert e controtransfert? Nel passaggio dal post al trans si decide, dirà Heidegger, il destino della filosofia autentica in occidente.


(tratto da G. Antonelli, Schizzi genealogici psicofilosofici, in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 6, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2008)


 
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