Labirinti nietzscheani - Giorgio Antonelli

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Presentazione di:


Joachim Köhler, Friedrich Nietzsche e Cosima Wagner (1996), Milano, Nuova Pratiche Editrice, 1997



(in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 44, Liguori, Napoli, 1998)




All'interno di un triangolo mitologico e dunque pervaso di potenza, e di potenza che può dettare esiti di morte, si muove il racconto di Joachim Köhler, autore già noto al pubblico italiano per il suo studio su Il segreto di Zarathustra, pubblicato in Italia nel 1994 da Rusconi, e del quale si annuncia una biografia di Wagner. Il triangolo mitologico fa perno sulla coppia fissa Minotauro-Arianna (ovvero Wagner e Cosima Wagner).


Il ruolo di Teseo viene recitato, in un primo tempo, dal marito di Cosima (sceltole dal padre Franz Liszt), il direttore d'orchestra Hans von Bülow e, successivamente, da Nietzsche. Ed è il triangolo, piuttosto che il rapporto di Nietzsche con Cosima (del quale Köhler, a dispetto del titolo, non dice molto), a costituire il vero oggetto del libro. All'interno del triangolo e, dunque, del labirinto, Wagner è il Minotauro (prevaricatore, antisemita e oltremodo preoccupato delle amicizie maschili del filosofo) al quale Nietzsche giunge persino, all'apice della sua Schule der Unterwerfung (ovvero scuola di sottomissione, come suona il sottotitolo nell'originale), a comprare le mutande (di seta), per non parlare delle aringhe (olandesi) o del caviale (russo, ovviamente).


L'immagine di un Nietzsche «domestico tuttofare», nei confronti del quale Cosima si mostra al massimo condiscendente, getta una luce a dir poco inquietante sul filosofo di Zarathustra. Si pensi soltanto all'oscura frase pronunciata il 27 marzo 1889, quando Nietzsche era ricoverato nell'ospedale psichiatrico di Jena: «La mia signora Cosima Wagner mi ha portato qui». Il manicomio come moderno labirinto, dunque. E in un tempo in cui Nietzsche poteva annunciare a Cosima di essere ormai lui il labirinto di lei.


A questo e simili annunci Cosima non ha mai risposto. Ha, anzi, provveduto per tempo a distruggere la maggior parte delle lettere di Nietzsche. Per lei del resto Nietzsche non parlava neanche un vero tedesco, ma una lingua vicina all'Antico Testamento (dunque la lingua degli aborriti ebrei). Contestazione singolare e che si rifà a una delle questioni che più stavano a cuore a Wagner e al suo entourage, la questione di cosa sia veramente tedesco. A tale riguardo Cosima ricorda il piacere, l'esultanza che a Wagner e a lei procurava la traduzione d'un passo della Bibbia di Lutero nel quale il termine greco barbaros veniva reso con «non tedeschi». Secondo la labirintica coppia l'ebreo deruberebbe il tedesco della sua eredità insinuandosi nel suo cuore per sfruttarlo e infine «non per dominarlo ma per appropriarsene».


La vicenda raccontata da Köhler potrebbe far pensare anche a una cifra proiettiva di questo assunto. Non è difficile pensare a Nietzsche, al tempo della sua sottomissione, come a un posseduto, uno di cui Wagner e Cosima si erano appropriati. Si potrebbe dire, anche, che a scuola di Wagner, Nietzsche abbia avuto la irripetibile occasione di apprendere una lezione fondamentale e farla propria: la lezione dell'odio. Wagner era uno che sapeva odiare, a quanto pare o che, comunque, odiava. Il rapporto instaurato con Nietzsche può, almeno in una certa misura, richiamare quello che avrebbe visto protagonisti Freud e Fliess. Il saper odiare vive in regime di sovrapposizione con quello che, in gergo junghiano, è l'individuazione.


Masud Khan ha affrontato la questione in uno stupendo saggio, Montaigne, Rousseau e Freud, dedicato a tre relazioni eccellenti, saggio al quale mi sono ispirato per analizzare, in un analogo contesto, la relazione Freud-Ferenczi nel mio sopra citato studio sullo psicoanalista ungherese. In ogni relazione profonda deve essere realizzato odio, dal momento che nessun rapporto è scevro dall'ambitendenza. L'essere odiato di Fliess o Ferenczi ha nutrito la sperimentazione di Freud.


Come scrive Masud Khan: «Gli esseri umani particolarmente dotati quando utilizzano l'altro come catalizzatore della loro autoesperienza, devono assumersi la responsabilità di distruggerlo. Freud lo fece, secondo me, con un coraggio che è incomparabile nella storia delle relazioni umane». Ignoro se Nietzsche abbia appreso quella lezione. Ferenczi era giunto ad ascrivere il proprio morire dissanguato ai propri pazienti.


Destino in cui incorre chi troppo pratica il lusso della introiezione. Come Nietzsche. La scuola della sottomissione è stata per lui la scuola di introiezione. Per non dire masochismo. Il masochismo è tutto dentro. L'odio esige il fuori. La morte prematura di Ferenczi non mi sembra essere senza relazione con l'aver, lo psicoanalista ungherese, troppo introiettato.


Il labirinto in cui Nietzsche è sprofondato ci reca forse la dolorosa testimonianza d'un odio che non ha fatto in tempo a proiettarsi sul mondo, un odio che rodeva dentro, parente stretto di quel risentimento che costituiva agli occhi del filosofo di Zarathustra una sorta di peccato originale, il dir no alla vita. Per poter vivere occorre odiare, per poter vivere bene occorre saper odiare.

 
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