Balint - Giorgio Antonelli

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Balint sul silenzio



 
Il silenzio produce effetti antitetici e, in virtù di tale antiteticità, è capace di mobilizzare energie potenti e primitive. Il silenzio non va inteso soltanto come sintomo di resistenza a materiale inconscio che proviene dal passato o dal qui e ora della situazione transferale. Per quanto ciò risulti quasi sempre corretto, lascia inevase le potenzialità creative del silenzio. Il silenzio va inteso, diversamente, come una possibile fonte di informazione.

Il silenzio si lega all'area creativa (la terza area contemplata da Balint oltre a quelle edipica e duale). Se il silenzio si lega all'area creativa o a quella che Balint chiama del difetto fondamentale, occorre lasciare alla regressione il suo tempo e non forzare con l'interpretazione. A questi livelli la parola ha cessato di essere un valido strumento di comunicazione. L'analista deve accettare la regressione. Dal momento che Freud non l'accettava, si comprende bene perché siano passati molti anni prima che si potesse approdare psicoanaliticamente al silenzio. L'interpretazione resistenziale è quasi sempre corretta. Tuttavia, sostiene Balint, se è vero che il paziente sta fuggendo da qualcosa (conflitto), è anche vero che sta correndo verso qualcosa (soluzione del problema). "Il qualcosa che alla fine produrrà, e che poi ci presenterà, è una specie di creazione, non necessariamente onesta, sincera, profonda o artistica, ma comunque un prodotto della sua creatività".


(tratto da "I silenzi e la psicoanalisi". Rassegna bibliografica a cura del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, coordinata da Giorgio Antonelli, in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, Napoli, Liguori, 43, 1998)


 
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