Jung e il Dio medievale - Giorgio Antonelli

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Jung e il Dio medievale

in Psychofenia, volume XIX, Issue 33


(Estratto)


La tesi di una indisponibilità del concetto di psicologia costituisce un leit-motif del confronto di Jung col Medioevo e col suo Dio. Una conseguenza di tale indisponibilità è la difficoltà dei medievali a figurarsi qualcosa di intermedio tra l’esse in re e l’esse in intellectu. Quell’intermedio è l’imaginatio, in particolare nelle specie di una immaginazione attiva, pratica che caratterizza l’operato sotterraneo dei medievali marginalizzati e in particolare, tra loro, degli alchimisti.

L’immaginazione è il problema. Valga per tutti la critica che Tertulliano rivolgeva agli gnostici valentiniani: “riducono tutto a immagini”.  I teologi sembrano molto temere quel qualcosa d’intermedio che risponde al nome di imaginatio. Sappiamo però da quale pulpito sgorgava la critica di Tertulliano: il padre africano ammoniva a non cercare più, perché la completezza della dottrina cristiana aveva posto per sempre termine al cercare.

Il non cercare più individua il carattere proprio della fede come anche aveva espresso Filone Alessandrino nella formula tó mekéti zeteìn.  D’altronde è già dettato evangelico che la fede sia stata trasmessa ai credenti una volta per tutte.

All’apostolo Paolo, che scriveva “camminiamo nella fede e non ancora in visione”,  Origene poteva tuttavia ribattere che credere in Dio non è lo stesso che conoscerlo. È meglio camminare mediante la visione che mediante la fede. Origene, però, era destinato anch’egli a esser tenuto ai margini.

Non è certamente un caso che Tertulliano abbia svalutato l’esperienza visionaria ˗ il rapimento al terzo cielo ˗ di Paolo. Se la verità è stata trovata una volta per sempre, l’esperienza e la visione a nulla valgono e nulla aggiunge, la visione di Paolo, alla dottrina cristiana.  

Il medioevo e il suo Dio ripensati da Jung riposano su questi assunti. L’esperimento che Jung conduce nel Liber Novus va incontro alla visione di Origene e in direzione opposta a quella fine del cercare decretata da Tertulliano. Jung recupera in questo modo anche la visionarietà dei medievali marginalizzati. Solo una volta messosi anche lui ai margini della cristianità ˗ per essere entrato nelle fila degli eretici montanisti ˗ Tertulliano avrebbe nutrito un diverso pensare.

Se novus è stato Marcione e poi Lutero, se novus è stato Gioacchino da Fiore sulla scia di quel’Apocalisse che recita ecco io faccio nuove tutte le cose, novus dev’essere il liber nel quale Jung declina la realtà della propria activa imaginatio.

Per Jung, dunque, in virtù del suo far leva sull’esperienza immaginale, e contro l’ancora cattolico Tertulliano, non si cessa mai di cercare. Per i medievali, al contrario, il riferimento all’esperienza personale è piuttosto concepito come un atto di superbia, come un cercare la propria gloria e non la gloria di Dio.
 
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