Bion - Giorgio Antonelli

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Bion sul silenzio



Impiega i silenzi, lo psicoanalista, per comunicare materiale non verbale e, se lo fa, assomiglia al pittore, quando comunica materiale non visivo, o al musicista, quando comunica materiale inudibile. Al di là dell'interesse di questa considerazione, che va legata alla questione dello spazio emotivo e del ripetersi del rapporto contenitore/contenuto (con le connesse questioni della reverie e della funzione alfa nell'individuo, nella coppia e nel gruppo, va qui sottolineata una modalità di questo impiegare i silenzi sulla quale Bion insiste molto in Cogitations. Non che in Cogitations Bion lo dica espressamente. Il punto di partenza è la nozione, elaborata da Freud, di attenzione egualmente fluttuante. Bion la ridefinisce come un sognare l'analisi.

Lo psicoanalista deve poter sognare l'analisi mentre l'analisi avviene. Ora, a me sembra, che il luogo in cui ciò si rende possibile sia appunto il silenzio. La resistenza (e qui Bion si allinea a una prospettiva già abbracciata, tra gli altri, da Ferenczi, da Reich, da Lacan) è resistenza dello psicoanalista. Il quale (ne è testimone l'angoscia) resiste all'analisi nel momento stesso in cui si rifiuta di sognare il materiale del paziente. La sequenza di equazioni formulata da Bion «non sognare=resistere = non (introiettare)» suona inoltre, in particolare per il verbo messo tra parentesi, decisamente ferencziana. E' soprattutto quando sogna l'analisi che lo psicoanalista impiega i silenzi, consentendo alla stessa di essere veramente tale.


(tratto da "I silenzi e la psicoanalisi". Rassegna bibliografica a cura del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, coordinata da Giorgio Antonelli, in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, Napoli, Liguori, 43, 1998)


 
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