Immaginazione di Descartes - Giorgio Antonelli

Vai ai contenuti

Menu principale:

Psicobiblioteche > Psicostorie

Immaginazione di Descartes



“Considero inoltre” scrive Descartes nelle Meditazioni Metafisiche “che questa facoltà di immaginare che è in me, in quanto differisce dalla facoltà di concepire, non è in alcun modo necessaria all’essenza di me stesso, cioè all’essenza della mia mente, perché se anche ne fossi privo, non vi è alcun dubbio che io rimarrei nondimeno quello stesso che sono ora”. Attorno a questo disprivilegio dell’immaginazione si declina il reale retroscena di quel momento cartesiano di cui parla Foucault in relazione (oppositiva) alla questione della cura di sé. A sostenere il retroscena si erge l’equazione cristiana e, prima ancora, stoica. Agostino, ad esempio, non diversamente dal filosofo stoico Crisippo, faceva dell’immaginazione qualcosa di vuoto.

L’imaginatio di Agostino è fallax, inanis, perversa, phantastica, superstitiosa, vacua, vana. Marco Aurelio ordinava di cancellarla. Epitteto concepiva il vero atleta come quello che si esercita contro le immaginazioni. Perché questa equazione anti-immaginazione dello stoicismo che ha successivamente improntato di sé l’eone cristiano? Presumibilmente perché l’immaginazione non è in potere, non soggiace a controllo, non dipende da. Il momento cartesiano sembra essere molto di più di quello che ne ha detto Foucault. Ad esso (al prevalere del conosci te stesso sulla cura di sé), nonché al disprivilegio dell’immaginazione, si lega l’argomentazione svolta da Descartes sulla follia nella prima meditazione.

Scrive Descartes: “Con quale argomento si potrebbe negare che queste stesse mani e tutto questo corpo sono miei? A meno forse di considerarmi uguale a uno di quei tali dissennati, il cui cervello è così sconvolto dal persistente vapore di una nera bile, che sostengono continuamente di essere re, mentre sono dei miserabili, o di essere vestiti di porpora, mentre sono nudi, o di avere la testa di coccio, o di essere interamente delle zucche, o fatti di vetro; ma costoro sono dementi, e io sembrerei non meno demente, se in qualcosa mi regolassi sul loro esempio”. Appare significativo che, all’esordio delle sue Meditazioni,

Descartes avverta la necessità di liquidare la follia. Così come avverte la necessità di liquidare l’immaginazione. Le due liquidazioni si implicano e caratterizzano il momento cartesiano, cioè il suo scarto dalla cura di sé. Appare altrettanto significativo che la liquidazione della follia si leghi alla diade Dio ingannatore/genio maligno. Un argomento, questo, che rimonta in ultima anabasi (ma quale anabasi può dirsi ultima?) a Platone. Il quale afferma, ne La Repubblica, che la divinità non inganna con le immaginazioni. Non inganna, ergo inganna. Non c’è nulla di più disesistente, una volta che Freud è entrato in scena a dirci di come nell’inconscio venga (non) contemplato il non, di quel non, appunto. Non si tratta dunque soltanto di Dio, ma dell’immaginazione, del Dio che fece le immaginazioni, secondo quanto recita Zaccaria 10.1 nella ispirata traduzione della Septuaginta.

Si domandano Platone e Descartes perché la divinità dovrebbe ingannarci? Si domandano perché dovrebbe farlo ricorrendo al medium dell’immaginazione? Si domandano, infine, dove conduca la presa in carico dell’inganno di Dio? Se Dio inganna attraverso l’immaginazione, ciò non accade anche perché è attraverso essa che Egli può esistere per l'uomo? Va sottolineato il lessico impiegato da Descartes. Parla di dementi, Descartes, e sembra adottare un tono non diverso da quello che anche Freud avrebbe adottato parlando dei suoi pazienti come di Gesindel, gentaglia. Va infine ribadito che alle fondamenta della messa al bando dell’immaginazione si colloca, con forza, il lascito cristiano.

Quando Descartes e Freud prescrivono, mettono al bando, esiliano, l’immaginazione, quasi fossero dei redivivi Tertulliani, stanno facendo cristianesimo. Nonostante tutte le apparenze e i presunti, e anche pretesi rovesciamenti, Freud ripete Descartes, ripete Agostino, ripete il cristianesimo.


(tratto da G. Antonelli, Schizzi genealogici psicofilosofici, in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 6, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2008)

 
Torna ai contenuti | Torna al menu