27 Niente interpretazioni! - Giorgio Antonelli

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27. Niente interpretazioni!   



Estratto


L’apoteosi della posizione adleriana sul sogno, a una distanza siderale dalle concezioni antiche e da quelle psicodinamiche che di fatto le continuano, un’apoteosi destituita di senso religioso, e tale da costituire un’assolutizzazione laica dell’iconoclasmo cristiano, si trova in un libricino, L’incertitiude qui vient des rêves, di cui il meglio che si possa dire è che esige una confutazione. Le tesi del suo autore, Roger Caillois, sono a tal punto destituenti della verità supposta per quanto nascosta del sogno che, se Caillois avesse ragione, avrebbero torto necessariamente e assolutamente gli onirocriti passati, presenti e futuri. Ed eccole le tesi snocciolate con disinvoltura da Caillois. I sogni non hanno nessuna conseguenza sulla realtà. I sogni non sono premonitori. I sogni non sono simbolici. I sogni non hanno un significato. I sogni soltanto conoscono mille artifici per far finta di significare. I sogni sono un disordine di immagini. I sogni non hanno alcun valore poetico-letterario. I sogni non sono portatori di un messaggio. Lo stesso fatto di sognare è molto più importante del contenuto dei sogni.

È noto, infine, che nei sogni tutto è falso, trasposto, o preso in prestito, tranne le emozioni, che sono vere come quelle che proviamo nello stato di veglia.
Due soli appaiono gli elementi positivi estraibili da questa lista nichilistica sul sogno. Il primo, su cui si può anche in parte convenire con l’autore, sostiene che il sognare ha molta più importanza di ciò che si sogna. Il secondo, in cui risuona l’eco forte di una contraddizione con le altre tesi, individua l’unico momento di verità del sogno nelle emozioni. Il che, ignoro se Caillois se ne sia reso conto, non è affatto poco.

Il punto di partenza di Caillois è Cartesio. L’incertitude è quella che Cartesio avverte sussistere tra sonno e veglia nella sesta delle sue meditazioni. Di nessun sogno può esservi certezza. E, a dispetto di secoli e dovrei piuttosto dire millenni di onirocritica, a dispetto della svolta psicoanalitica, a dispetto della pratica quotidiana coi sogni, devo riconoscere che la caratteristica più pregnante del sogno, insisto su questo punto, è costituita dalla sua indecidibilità.

La metafora della tela di Penelope appare quanto mai probante in fatto di certezze oniriche. Non possiamo deciderci sul sogno. Non possiamo dimostrare nulla che lo riguardi o che enuclei essenze e significati. Del sogno possiamo soltanto dire che esiste, che viene a visitarci di notte, che è, come vuole Jung, un prodotto naturale, o, con i termini analoghi di Perls, il prodotto più spontaneo in assoluto, cioè indipendente dalle nostre volontà. Non possiamo dimostrare che un Dio voglia ingannarci attraverso le immagini del sogno, né possiamo dimostrare che il sogno non inganna.
 
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