L'altro Jung - Giorgio Antonelli

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L'altro Jung



(Pescara, Samizdat, 1997)


Indice

Introduzione: L'opera altra di Jung come luogo della sua oltranza

Cap 1: Jung e le parole

Cap 2: Oltranza biografica: Analytical Psychology, il seminario del 1925
Appendice: Jung in tre recenti studi bibliografici

Cap 3: Oltranza profetica: Dream Analysis (1928-30)
Appendice: Prolegomeni ad una demonologia junghiana

Cap. 4: Oltranza clinica: Il seminario sulla Interpretazione delle visioni (1930-34)
Appendice: Psicopatologia junghiana

Cap. 5: Oltranza genealogica: Il seminario sullo Zarathustra di Nietzsche (1934-39)
Appendice: Uno studio sul seminario zarathustriano di Jung

Cap. 6: Elenco dei seminari di Jung e considerazini conclusive




Estratto


... il caso clinico à la Jung apre e, anzi, getta il singolo a profondità spaziali e temporali che lo trascendono. Il singolo perde la sua individuazione (in senso schopenhaueriano) e viene attraversato da fasci di collettività, di eredità arcaiche, di memorie primigenie, simboli, immagini, rimandi di rimandi. Un linguaggio che gli preesiste, e che raccoglie secolari sedimentazioni, lo parla e, in esso, il singolo, il paziente, perde la parola che lo individua storicamente per acquistarne una che è sua e, al tempo stesso, non gli appartiene.

Jung, dal canto suo, non si stanca mai di dichiarare la propria meraviglia per la straordinaria indipendenza, la piena autonomia dell'inconscio.

Tale piena autonomia ha un suo corrispettivo nella concezione antica e medievale dell'automovimento dell'anima (e, se si vuole, nelle antiche dottrine sulla metensomatosi o passaggio dell'anima attraverso i corpi). E, veramente, nel caso clinico à la Jung assistiamo appunto agli automovimenti dell'anima. Un punto di raccordo, questo, con la concezione che Lacan aveva attinto o pretendeva di aver attinto alla fonte di De Saussure: il significante. Solo che nel caso di Jung, e in bella mostra nel seminario sull'interpretazione delle visioni, questo termine, che non sarebbe stato bene accetto alle orecchie dello psicologo svizzero, si trasforma nell'altro, più aprente, di immagine.

E' chiara l'impossibile sequenza. Nell'antichità si parla di passaggio dell'anima attraverso i corpi, nel medioevo (che segue la lezione dei filosofi greci) di automovimento dell'anima (un indizio forte, questo, della sua divinità, ovvero eternità) e, anche, di anima inlocalis, indipendente dalle ragioni d'una storica spazialità.

Il secolo ventesimo àgita, nelle specie della linguistica generale di De Saussure e nella sua ridefinizione psicoanalitica ad opera di Lacan, lo spettro del significante. Suono, certo, ma rimando di quanto più appare colmare i desideri degli esseri umani: il significato. Anche Jung parla, senza usare il termine specifico, di significanti. Fa però di più. Li attribuisce all'anima, alla langue dell'anima e ne traspone i connotati.

Nel seminario sull'interpretazione delle visioni, e non soltanto in esso ovviamente, si fa questione di significanti dell'anima, e questi significanti dell'anima sono le immagini. Le immagini viste, sognate, disegnate, dipinte, ovvero le immagini che s'impongono alla visione, alla scena del sogno, al movimento della mano coordinato da quello dell'occhio sono i significanti dell'anima. Se l'anima significa, solo può farlo, è questa anche la lezione di Aristotele, per immagini...

Nel caso clinico à la Jung (il quale non lo tematizza espressamente in questi termini) l'inconscio si esibisce in piena regola e si interpreta, ovvero costella interpretazioni, consente che ne se interpreti la lingua, anzi, i diversi linguaggi. Non soltanto, comunque, si tratta di interpretazione, ma di amplificazione.

L'interpretazione circoscrive, si ferma a una ridefinizione del testo portato dal paziente, o che si porta attraverso il paziente, riconduce in superficie un discorso il cui tenore gode delle profondità. L'amplificazione continua, per così dire, il testo dell'inconscio. Aggiunge testo a testo. Tiene vivo il racconto. A mezz'aria, ovvero a mezz'acqua. Non lo fa ricadere, pesantemente, a terra. Lo mantiene nella sua acquea levitazione. Rimanda semmai l'aggancio col reale e in suo luogo edifica altro. E lascia in questo modo sospensivo trasparire uno almeno dei significati di quell'enigma, più volte menzionato, in cui si incarna la sua pratica analitica: si diventa ciò che accade nel mezzo.

L'enigma di Jung ci racconta in modo fulmineo l'essere stesso, il procedere stesso della terapia. Nel mezzo è la cura, nel mezzo il sapere, nel mezzo gli inconsci che si ascoltano e rispondono, nel mezzo è anche l'ascolto della sofferenza. Nel mezzo significa l'impercettibile lontananza di noi da noi e dell'altro da noi. Il mezzo ricompone la distanza, ma rimane pur sempre distanza. Lo stabilirsi del mezzo coincide col farsi stesso dell'analisi. L'analisi infatti scioglie e il mezzo è l'approdo di quello sciogliere. Mentre i due, analista e analizzato, fanno analisi, qualcosa accade nel mezzo, qualcosa che i due devono diventare.

Ci troviamo qui alle prese con una ridefinizione del presocratico detto freudiano "dove era l'Es, deve avvenire l'io". Accomuna i due pronunciamenti il werden (diventare, avvenire), il verbo delle trasformazioni, il verbo che procede dal verto dei latini e dal dio Vertumno degli etruschi, il dio delle trasformazioni. Se l'analisi deve produrre dèi, allora sarà bene chiamare questi dèi col loro nome.

Si diventa ciò che accade nel mezzo. E del resto la funzione trascendente Jung l'ha anche definita, nel seminario del 1925, mediatory. Analogamente, quando si tratta del Sé, è sempre di un punto mediano di cui si sta parlando, un punto mediano intorno al quale gira la vera personalità.


 
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