1 Creare nemici ... - Giorgio Antonelli

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1. Creare nemici, creare mondi    



Estratto


Dal momento che Rank ha pensato la fine dell’arte potremmo da ciò procedere nella direzione di un discorso in cui convergano, in cui conversino, rispecchiandosi, tre fini: la fine dell’arte, la fine della guerra e la fine dell’analisi. Una fine implicherebbe l’altra, per quanto possa sembrare impraticabile, indimorabile, una geografia che le trascenda. Al di là delle tre fini Rank ha comunque pensato un nuovo tipo di umanità, il self-creative type, il tipo che si autocrea, il tipo che trascende ˗ aufhebt dovremmo forse aggiungere ˗ i confini entro i quali operano l’artista e lo psicoterapeuta. A quel tipo Rank presumibilmente pensò anche di essere pervenuto, nello stesso momento in cui decise di smettere le vesti dello psicoterapeuta e trasferirsi in California con la seconda moglie Estelle Buel, dopo essersi gettato alle spalle Freud, la psicoanalisi, l’Europa e la prima moglie Beata.

La paura non è l’unica generatrice di guerra. Motivi che possono spingere alla guerra sono per Hobbes anche la diffidenza e la gloria. Cosa va inteso, però, per gloria? Il riconoscimento conferito da un altro. Motivo, questo, che da Hobbes si è irradiato a Hegel e Fukuyama. In tale prospettiva la guerra, così come ogni impresa umana, celerebbe il bisogno di riconoscimento. Due sono quindi i movimenti di cui si tratta nella creazione del nemico: la costruzione di un confine e il bisogno che l’altro, posto in quel confine, mi riconosca. La guerra che si genera nella costruzione dei confini cela l’aspirazione a cancellarli. Il bisogno che l’altro mi riconosca viene agito, per così dire, dal di fuori. L’altro può solo riconoscermi se io lo vinco. Paradosso indistruttibile, ineludibile, letale: perché nel momento in cui io vinco l’altro, che è il solo a potermi riconoscere, l’altro viene meno e dunque soltanto la sua morte può farsi veicolo del riconoscimento. Là dove era il nemico, avviene la morte. Se di questo avvenire veramente si tratta, allora l’ultimo riconoscimento ha come oggetto la mia immortalità. Hobbes e Rank, dunque, il filosofo politico e lo psicoanalista, anzi il postpsicoanalista, stanno dicendo, in modi diversi, il medesimo.
 
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